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Il mio ritiro spirituale con

S.E. Monsignor Arturo Aiello

TU SEI PIETRO!

 

 

I diaconi della regione Campania si sono ritrovati per gli "esercizi spirituali annuali" presso  il Santuario di San Gerardo in Materdomini (AV) dal 21 al 27 agosto 2008.

Gli esercizi dettati da S.E. Monsignor Arturo Aiello (Vescovo della diocesi di Teano-Calvi, responsabile della Conferenza Episcopale Campana per il Diaconato permanente) hanno dato tono e valore i giorni passati a Materdomini. 

 

Il lavoro di questi giorni, che compiremo in un clima di preghiera e di silenzio, non è per nulla facile né scontato. Vivere gli esercizi spirituali, se vogliamo viverli seriamente, in­contreremo momenti faticosi, perché si tratta di un viaggio verso l'inte­riorità. E nell'itinerario verso l'Interiorità ci so­no tappe segnate dalla tranquillità e dall'espan­sione d'animo, mentre ve ne sono altre in cui tutte le nostre difese interiori - malumori, di­strazioni, voglia di fare altro, irritazioni, nervosismi - scattano e ci bloccano. Talora si ha l'impressione che il nostro vero "io" si nascon­da, ci sfugga come un cavallo imbizzarrito che rifiuta la strada che gli si vorrebbe far percor­rere; per questo i Padri della Chiesa vedevano il deserto come luogo tipico della tentazione, come luogo preferito da satana.

Come accade nel deserto, dove dalla calma e dalla tranquillità della natura si passa improv­visamente e inaspettatamente alla tempesta di sabbia, così nel deserto interiore ci si può tro­vare d'un tratto nella tempesta della tentazione. E per aumentare il vostro grado di partecipazione e di meditazione, da oggi sarò il vostro Diacono, affinché voi possiate vigilare, combattere su­bito e con decisione anche le piccole distrazio­ni, le più svariate tentazioni che vi possono sor­prendere, per non affrontare superficialmente il cammino dell'interiorità, evitando così, per l'ennesima volta, di riflettere su quel proble­ma fondamentale che è la maturazione della fe­de, la crescita vocazionale. Se continuiamo ad andare avanti rifuggendo da un confronto profon­do e vero con noi stessi, a un certo punto, quasi svegliandoci da un lungo sonno, ci accorgere­mo di aver perso delle occasioni preziose nelle quali cogliere la verità di noi stessi. È quindi importante sapere che l'itinerario dell' uomo verso l'appropriazione di ciò che egli è davanti a Dio e ai fratelli, è molto difficile e richiede impegno della mente e della volontà”.

Con queste parole ha esordito Mons. Aiello nel suo primo intervento. La riflessione è stata centrata sul Vangelo di Matteo 16,13-20, entrando nei tanti rivoli che questo enorme fiume di spiritualità ci può regalare, per portare acqua nel mare del nostro cuore.

Essendo giunto Gesù nella regione di Cesarèa di Filippo, chiese ai suoi discepoli: «La gente chi dice che sia il Figlio dell'uomo?». Risposero: «Alcuni Giovanni il Battista, altri Elia, altri Geremia o qualcuno dei profeti». Disse loro: «Voi chi dite che io sia?». Rispose Simon Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». E Gesù: «Beato te, Simone figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l'hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli». Allora ordinò ai discepoli di non dire ad alcuno che egli era il Cristo. (Mt 16,13-20).

 

Tu sei! Ap­plichiamo queste parole a Pietro nel desiderio che, concentrandoci su una figura determina­ta, con caratteristiche particolari, possiamo es­sere aiutati a riflettere sulla nostra personalità. Mi li­miterò a offrirvi alcune semplici indicazioni, perché il lavoro più vero è quello che ciascuno di voi compirà mettendosi in preghiera e in adorazione del Padre, in Gesù, al di là di ciò che avrete ascoltato e imparato.

Iniziando la meditazione Mons. Aiello ci fa subito no­tare che Pietro emerge dal gruppo degli apo­stoli con una personalità molto spiccata; dapprima è uno dei tanti che remano nella notte, paurosi e affaticati, ma subito dopo la sua fi­gura assume dei contorni abbastanza precisi.

Conoscersi è difficile – afferma Mons. Aiello - Ci sono in noi delle virtù, dei difetti, dei comportamenti, dei mo­di di reagire, che conosciamo e che esprimia­mo; ci sono in noi anche dei lati che non co­gliamo, pur essendo evidenti per chi ci sta vi­cino e spesso risultano essere abbastanza rea­li; e infine c'è in noi qualcosa che né noi né gli altri comprendono e che costituisce il se­greto della nostra personalità. Proprio perché ci conosciamo poco è impor­tante che, nel cammino di scoperta dell' «io» ci lasciamo aiutare soprattutto da Gesù, l'unico che ci conosce compiutamente. Ma per lasciarci aiutare è necessario uscire dalla superba pre­sunzione di chi crede di possedersi come si pos­siede un conto in banca e di potersi spendere facendo dei calcoli. L'uomo è invece un conto a sorpresa, è simile a un castello pieno di sot­terranei e di stanze segrete che racchiudono un tesoro prezioso e anche qualche scheletro; per questo abbiamo paura a scendere nel profondo di noi stessi. Cerchiamo dunque di addentrarci nelle stanze segrete del nostro castello interrogando Pietro, ma interrogando soprattutto noi stessi.

Ma veramente Pietro non sa più chi è. Aveva sem­pre avuto bisogno di un legame con il Maestro, proprio per chiarire la propria personalità, e que­sta necessità di riferimenti precisi l'aveva bene espressa dopo il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao; molti discepoli si erano tirati indie­tro e non seguivano più Gesù che disse allora ai Dodici: «"Forse anche voi volete andarvene?". Rispose Simon Pietro: "Signore da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna(Gv 6,67-68).

La personalità dell'Apostolo, fondata sul le­game con Gesù, viene dunque meno nella to­tale negazione di tale rapporto. Pietro si oppone al mistero di Dio. C'è in Pietro una conflittualità latente, che lo lacererà interiormente e che presenta aspetti abbastan­za conturbanti. La sua generosità e impulsivi­tà è talvolta attraversata da strani squarci di malvagità e di opposizione al bene, di inimici­zia verso il mistero di Dio. Basta leggere il brano di Marco: «Gesù par­tì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo; e per via interrogava i suoi discepoli dicendo: "Chi dice la gente che io sia?". Ed essi gli risposero: "Giovanni il Battista, altri poi Elia e altri uno dei profeti". Ma egli replicò: "E voi chi dite che io sia?". Pie­tro gli rispose: "Tu sei il Cristo". E impose loro severamente di non parlare di lui a nessu­no». In questa mirabile risposta ha molto gio­co il temperamento di Pietro e forse anche il suo bisogno di sicurezza, di certezza, di senso della vita. Ma subito dopo Gesù «cominciò a insegnare loro che il Figlio dell'uomo doveva molto soffrire, ed essere riprovato dagli anzia­ni, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, poi ve­nire ucciso e, dopo tre giorni, risuscitare. Al­lora Pietro lo prese in disparte e si mise a rimproverarlo. Ma egli, voltatosi e guardando i di­scepoli, rimproverò Pietro e gli disse: "Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini"» (Mc 8,27-33).

La parola di Gesù è durissima, la più dura che troviamo nei vangeli, perché chiama Pietro «satana», il nemico di Dio e dell'uomo. Nel­l'Apostolo c'è dunque una certa istintiva op­posizione nel sottomettersi al progetto di Dio che gli appare diverso da quello che lui si era proposto. «Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini». Restiamo quindi chiusi in noi stessi, senza saper uscire e gustare la libertà di Dio: è la tentazione tipica dell’uomo, il satana più profondo che tiene schiavo ogni cristiano e ogni comunità che non si converte e non sa accettare il Cristo così com’è. In questo caso restiamo sempre solo con il nostro idolo, proiezione di noi stessi; facciamo anzi di lui la somma di tutti quanti i nostri idoli, cui serviamo e ci asservono, e non sperimentiamo mai la libertà che Cristo ha portato. Bisogna accettarlo così com’è, come esso si rivela: solo sulla croce, e non altrove, appare sul volto del figlio dell’uomo la gloria del Figlio di Dio; solo lì l’uomo raggiunge il suo volto nascosto, la libertà assoluta, la realizzazione del suo desiderio più segreto che supera ogni attesa più ardita. Ma per questo occorre che il Cristo, speranza ed attesa dell’uomo muoia; in modo che l’uomo non viva della propria speranza e della propria attesa, ma della promessa e della fedeltà di Dio che solo può suscitare la vita della morte.

Per questo Pietro non “riesce a pensare secondo Dio”, che ci dona la parola di vita nella morte di Cristo. Così resta prigioniero del “pensiero dell’uomo” e della propria morte; vuole anzi anteporsi a Dio, consigliando a Cristo stesso il pensiero dell’uomo, e facendosi suo maestro.

Pietro è il prototipo del discepolo e della chiesa stessa, in quanto non riesce a compiere questo passo di riconoscersi nella propria nullità e affidarsi totalmente a Dio. Questo restar chiusi in se stessi, più che una tentazione, è l’impossibilità dell’uomo naturale di aprirsi a Dio e affidarsi totalmente a lui e ai suoi disegni.

Chi dunque è chiamato a vivere la fede in tutta la sua pienezza, a partecipare alla missione di Gesù, deve a poco a poco scoprire, pagan­do di persona, che Dio non è a nostra disposi­zione, che non possiamo modellarlo come pia­ce a noi, perché ci è dato solo come dono; che non possiamo possedere la Parola, la vocazio­ne, la preghiera, la vita morale, il proposito dei consigli evangelici, perché tutto è dono, tutto è pura gratuità divina.

Pietro vive l'esperienza umana in forme estreme, peccaminose, colpevoli, quali segno della prova a cui tutti i battezzati sono chia­mati: la prova dell'oscurità, dell'incertezza, dell'infedeltà, del timore di essere abbando­nati, di non vedere più Dio né in terra né in cielo. Il cammino dell'uomo è intriso di lotta con satana che si impegna con tutte le sue forze per tentarlo. E non è possibile percorrere una via di vocazione senza partecipare, in forme di­verse, all'esperienza della debolezza, della fra­gilità, del tradimento, del capire che Gesù è dono del Padre e non frutto dei nostri sogni o delle nostre fantasie.

Il vangelo ci fa conoscere i momenti diffici­li dei discepoli perché ci confrontiamo, perché comprendiamo che nel viaggio verso la matu­rità della fede e della vocazione si attraversa­no tempi di luce e tempi di ombre. Ci siamo abituiamo a Cristo e l’abitudine ha ucciso la nostra fede. Bisogna entrare nella conoscenza di Lui, entrare nella vita eterna “di luce in luce”. Bisogna passare dalle opinioni all’esperienza perché la fede o è esperienza o non è fede. C’è bisogno di un incontro continuo con l’altro, solo una serie di incontri continui con la stessa persona genera esperienza, cioè, ti entra dentro e l’esperienza non si cancella più. Occorre credere e avere fede nell’altro, amandolo, rispettandolo, crescendo nell’altro. Un rapporto statico muore, la fede statica muore, solo una fede dinamica riesce a vivere, perché la fede non è altro che un grande amore. Un grande amore come vive? Esso vive partendo da gesti e parole. Un amore finisce quando tace; un bene non verbalizzato finisce per morire. L’amore persiste quando trovo parole nuove con sfumature antiche, questa è anche la fede. Occorre rimpastare il nostro passato- presente, amore - delusione per un futuro migliore. La fede è una relazione che chiede gesti-sacrifici – riformulazione – rispetto – reciprocità. In realtà Pietro deve compiere un salto di qualità ciascuno di noi prima o poi, deve vivere una prova analoga; sarà la prova sulla Chiesa, sulla comunità, sul gruppo che ci è stato affidato, sul sacerdote che collaboriamo; sarà la prova delle vicende tristi e dolorose che affrontano le persone che amiamo. Tutte situazioni nelle quali non possiamo cavarcela con il solo strumento dell’evoluzione progressiva della conoscenza; occorre accettare la rottura, il superamento, il rivelarsi del mistero di Dio come totalmente diverso dal nostro modo di pensare: «Lungi da me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».

Fino a quel momento la vita di Pietro procedeva abbastanza tranquillamente, il suo stare con Gesù non creava alcun problema, ma ora egli sperimenta la rottura, capisce che il suo amore per il Maestro deve essere purificato. Il problema per Pietro d’ora in poi, è accettare la «Parola», cioè il Cristo crocifisso.

Tu sei Pietro!

 

 

Dove risiede la mia coscienza di uomo?

Mons. Aiello riconduce le diverse possibilità dell'esistenza umana a tre stadi:

Il primo stadio: siamo nella stagione del verbo AVERE, siamo nella cantina della vita, la fucina dell’essere. L’adolescente oltre alla crescita corporea, è contrassegnato dalla definizione dell’identità.

Il ragazzo abbandona lentamente il concetto di sé costruito sull’opinione dei genitori per sostituirlo ad una considerazione di sé. L’adolescente si evolve, comincia a fare delle esperienze e queste fanno sì che l’adolescente riveli una molteplicità di volti a seconda dell’ambiente in cui è. L’ingresso nell’adolescenza comporta il perfezionare la capacità di ragionare in astratto, sapere valutare differenti ipotesi, valutare le conseguenze di una scelta. Acquisisce la consapevolezza delle potenzialità del proprio pensiero, lo valorizza, vi riflette. Eventuali successi in ambito cognitivo, quali buoni risultati scolastici, aiutano l’adolescente a rafforzare la propria autostima. L’adolescente è colui che dice: “io ho” di fronte al mondo vuole mostrare a tutti che ha delle possibilità: da nessuno diventa eroe. L’eroe nella sua dizione classica era un giovane che svolgeva una funzione essenziale alla vita di una città, di un’intera nazione, Ettore e Achille certamente ne sono l’esempio più insigne. L’eroe, dunque, era un riconoscimento che la comunità attribuiva ad un giovane ed esprimeva una funzione sociale altissima. Però in tutto questo c’è un risvolto negativo; siamo nello stadio primitivo - nello stadio primario di coscienza, caduco e transitorio. Chi è giovane è sempre avido di azioni e conquiste: fresco e operoso, pieno di stimoli e teso tra mille impegni però “La vecchiaia sta sulla testa come un peso più gravoso di quello delle rupi dell'Etna”. Scriveva nella tragedia dell'Ercole furente il greco Euripide (V sec. a.C.). la stagione dell’AVERE presto svanisce, siamo «come l'erba che germoglia al mattino: fiorisce, germoglia e alla sera è falciata e dissecca» (Salmo 90,5-6). Ogni illusione, ogni rimozione, ogni banalizzazione prima o poi deve scontrarsi con la realtà della malattia e della morte. Tu sei Pietro!

 

Il secondo stadio: è più nobile è lo stadio delle DOTI, cioè, la stagione del verbo ESSERE: si raggiunge l’identità sociale operativa, quella dei ruoli. Si scoprono delle qualità nel campo professionale, che da anche una certa autonomia economica: alla domanda di «che uomo uno sia», si risponde sempre con cosa egli faccia. I biglietti da visita che sintetizzano il ruolo portano in bella vista il nome di famiglia; subito dopo quello dell’azienda di cui si è parte e poi il titolo con il quale si è inseriti. Poi ci sono gli optional: borse, cravatte, auto, viaggi, ecc. però anche in tutto questo c’è un risvolto negativo. Un giorno arriverà qualcuno che è migliore di te e ti sostituirà, e il sogno svanisce, ti accorgi di non essere onnipotente, anzi, ti rendi conto di essere di una fragilità estrema, quel vaso che è la vita non si incrina, non si frange in un punto, ma si trasforma in mille pezzi tanto da rendere irriconoscibile la forma. «…quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi» (Gv 21,18). Tu sei Pietro!

 

 

Il terzo stadio: si colloca su un piano TRASCENDENTALE: Gesù quando dice a Pietro: fidati per adesso, accetta, io so di che cosa hai bisogno e ti porterò a comprendere il mistero del mio amore. Gesù apre l’orizzonte della speranza. Gesù mette in condizione l’uomo di accettare il suo amore per ricondurlo alla sobrietà della consapevolezza che non deve oscillare dalla depressione o dalla presunzione verso l’angoscia, ma deve accontentarsi di ciò che sta sperimentando e di cui comprenderà gradualmente il senso. Collocarsi su un piano trascendentale significa andare oltre il corpo e i suoi attributi e anche oltre le doti. Questa presenza mi chiama per cosa non so fare e mettendo da parte anche le doti che ho. Gesù costruisce la sua chiesa sull’umanità di Pietro e non sulla sua santità. La chiesa è fondata sugli apostoli, con le loro storie e il loro carattere. Non affida la chiesa a Giovanni ma a Pietro. Eppure Giovanni era il discepolo prediletto, colui che lo ha seguito fin sotto la croce, Giovanni è colui che prende nella sua casa la madre di Gesù. Invece Pietro è colui che lo rinnega, è colui che fugge di fronte alla guardie. Pietro è colui che lo tradisce, eppure Gesù fonda la sua Chiesa su quest’uomo, sulla sua umanità per farne un gigante di santità. Pietro è passato per la prova, è stato vagliato al fuoco, purificato dai suoi turbamenti, dalle sue fragilità, dai suoi timori e può dunque sperimentare Gesù come il Dio che gli ridà fiducia; la vocazione, la prima chiamata sul lago, è ora colta come dono gratuito, non come conquista orgogliosa della propria fedeltà. Pietro, lasciato a se stesso, è solo capace di sbagliare e di continuare a ricadere nell’errore. Gesù, invece, agisce rimettendo in moto le forze più profonde di Pietro, quell’entusiasmo che l’aveva spinto a seguire subito Gesù, quell’amore che aveva espresso in tante occasioni. E infatti lo interroga sull’amore, ricostituendogli la fiducia in se stesso, facendogli comprendere che il suo sguardo misericordioso va al di là di quanto è accaduto, penetra il profondo del cuore rinnovando il suo amore. Gesù restituisce Pietro alla sua verità, raggiunge quel punto che sta sotto le nostre debolezze, i nostri peccati, le nostre fragilità e che ci qualifica perché in esso ci scopriamo amati da Dio e aperti alla sua salvezza. È questo il punto in cui si inserisce la nostra vocazione e cresce la vera conoscenza di Dio e di Cristo Signore. Finché l’uomo non raggiunge questa profondità, la sua conoscenza di Dio rimane superficiale; quando però, attraverso le prove e le purificazioni, giunge a percepire la propria personalità, la sorgente zampillante che, per la forza dello Spirito Santo, lo rigenera dall’interno, allora si sente restituito alla sua identità di figlio amato dal Padre in Gesù. È dunque l’esperienza di un amore grande che interroga Pietro sull’amore facendo sgorgare in lui i dinamismi segreti, più veri della sua negligenza, della sua infedeltà, della sua oscurità. Tu sei Pietro!

 

Gesù consegna a Pietro la chiave della sua Chiesa. La chiave è il simbolo del potere, comando e prosperità ma è anche il simbolo per aprire le coscienze, l’accesso a un mondo altrimenti impenetrabile dalla logica, a un mistero profondo che non potremmo contattare razionalmente. La chiave apre lo scrigno della coscienza e a Pietro viene dato questo potere. Gesù affidando le chiavi a Pietro gli affida un patrimonio infinito, gli affida le chiavi della grazia nella sinfonia della salvezza, come se Gesù rinunciasse ai suoi diritti d’autore affidandoli alla chiesa per mezzo di Pietro. Quindi le chiavi della salvezza – del regno dei cieli sono date alla chiesa. Avere le chiavi significa avere la possibilità di essere missionario. Missionario come Pietro nella Chiesa e in questa Chiesa fatta di uomini ma non è degli uomini. Tu sei Pietro!

 

 

Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente". A questa ispirata professione di fede da parte di Pietro, Gesù replica: "Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa. A te darò le chiavi del regno dei cieli". È la prima volta che Gesù parla della Chiesa, la cui missione è l’attuazione del disegno grandioso di Dio di riunire in Cristo l’umanità intera in un’unica famiglia. La missione di Pietro, e dei suoi successori, è proprio quella di servire quest’unità dell’unica Chiesa di Dio formata da giudei e pagani; il suo ministero indispensabile è far sì che essa non si identifichi mai con una sola nazione, con una sola cultura, ma che sia la Chiesa di tutti i popoli, per rendere presente fra gli uomini, segnati da innumerevoli divisioni e contrasti, la pace di Dio e la forza rinnovatrice del suo amore. Servire dunque l’unità interiore che proviene dalla pace di Dio, l’unità di quanti in Gesù Cristo sono diventati fratelli e sorelle: ecco la peculiare missione del Papa, Vescovo di Roma e successore di Pietro”.

(Benedetto XVI - Angelus del 24 agosto 2008)

 

 

Alla conclusione di quest’esperienza, Eccellenza va il mio ringraziamento, sapevo di essere un miserabile, ma non tanto. L’imposizione del silenzio mi ha aiutato a scoprire me stesso, la mia coscienza, la mia fragilità, il mio limite. C'era qualcosa nell’intimo di me stesso che rimaneva inesprimibile. Nel silenzio di quelle giornate qualcosa si è smosso. Mi ritornano alla mente le parole del teologo e pastore Dietrich Bonhoeffer quando scrive: “Facciamo silenzio prima di ascoltare la Parola perché i nostri pensieri siano già rivolti alla Parola. Facciamo silenzio dopo l’ascolto della Parola perché questa ci parla ancora, vive e dimora in noi. Facciamo silenzio la mattina presto perché Dio deve avere la prima parola. Facciamo silenzio prima di coricarci perché l’ultima parola appartiene a Dio. Facciamo silenzio per amore della Parola”. Credo che devo veramente alonare di silenzio non solo la mia preghiera ma anche le mie azioni più importanti, nella certezza che in quel tacere puro e denso possa farmi scoprire finalmente la voce di Dio che spesso si incarna in persone che appena mi sfiorano, ma lasciano dentro di me un segno indelebile. Stare seduto sui gradini della chiesa insieme a Lei, mi ha riportato indietro negli anni, alla mia fanciullezza, al mio paese natio fatto di quattro case. In inverno si stava seduti accanto al fuoco, ascoltando gli anziani che narravano storie di orchi e briganti, mentre noi sognavamo un futuro migliore. Quel futuro migliore non c’è stato, ma la speranza che lei ha saputo infondere nel mio cuore in quei tre giorni mi ha fatto capire che il futuro può essere migliore solo se io sarò migliore.

Grazie, Eccellenza.

 

Salvatore Monetti – diacono

(Diocesi Salerno – Campagna – Acerno)

 

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